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La Compagnia TeatrObliquo PDF Stampa E-mail

Teatro come luogo della fantasia, del gioco, dell'azione, spazio aperto alla trasfigurazione fantastica della realtà, possibilità ultima di sfiorare il mistero dell'universo: questa l'idea che anima l'ensemble di TeatrObliquo, fondato nel 1996 a Milano.

"Contro ogni verticalità e linearità artificiale", il teatro si rivela esperienza trasversale del vivere, strumento di conoscenza e di espansione del sé, "ultima frontiera della comunicazione".

Il laboratorio teatrale, condotto da Durshan Savino Delizia, costituisce il primo punto di incontro del gruppo: giovani appassionati che al termine del percorso laboratoriale approfondiscono il loro bagaglio tecnico-espressivo con esperienze seminariali, stages e workshop condotti da Danio Manfredini, Silvia Lodi, Ambra D'amico, Eugenio Allegri, Pippo Delbono e Pepe Robledo, Julya Varley e Roberta Carreri dell'Odin Teatret, Claudia Contin e Ferruccio Merisi, Maria Consagra, Dominique De Fazio.

Da tale incontro nasce l'idea di costruire un percorso comune partendo dal confronto diretto con il tema dell'infanzia, e l'analisi della relazione genitori/figli e muovendo dalle suggestioni derivate dallo studio dell'opera scientifica di Alice Miller. Attorno a tale progetto di ricerca, il gruppo acquisisce la propria fisionomia definitiva.

Dal punto di vista artistico il desiderio è quello di approfondire la ricerca sul lavoro dell'attore, attraverso lo sviluppo di un linguaggio personale concentrato sul corpo inteso come luogo di esperienza, dove la fisicità della voce e del gesto tradotta in azione, rivelando la possibilità di una forma, apre la comunicazione. Infranta la barriera del naturalismo, e respinto con vigore il concetto di messa in scena intesa come mera illustrazione del testo, l'attore costruisce il proprio percorso attraverso un preciso training fisico-gestuale, capace di arrivare alla definizione del personaggio tramite la declinazione dell'azione in sequenza e la sua iscrizione all'interno di un'articolata partitura formale.

Forte è l'ascendenza di alcuni grandi maestri del teatro novecentesco, anche se la possibilità di riconoscersi in modelli definiti viene percepita dal gruppo con diffidenza: la necessità di una continua apertura preclude l'identificazione, favorendo la dimensione del confronto. Interlocutore privilegiato rimane Eugenio Barba, il suo lavoro sul corpo dell'attore, 'forma di un corpo vivo ma reinventato', e sulla 'drammaturgia della partitura' finalizzata a "fissare la forma dell'azione, cioè animarla di dettagli, 'détours', impulsi, controimpulsi". Perché infine "il dettaglio fa l'uomo", e forte del suo potere evocativo, apre alla trasfigurazione del reale.

 
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